STUDIO DABBENI

Esposizioni

Display 2 è il secondo dei due steps che celebrano i trent’anni di attività dello Studio Dabbeni, fondato alla fine del 1979 a Lugano. Questa seconda esposizione, come la precedente, presenta opere di alcuni artisti rappresentati in questi tre decenni. Stuart Arends (1950) è presente in mostra con quattro opere recenti, piccoli parallelepipedi costituiti interamente in cera e dipinti ad olio. In questa serie, intitolata “PDF”, 2010, l’apparente semplicità dei solidi è ingannevole: essi affermano, paradossalmente, una sublime natura eterea, nella trasparenza della materia, insieme ad un’assoluta concretezza. In dialogo con la luce, questi solidi suscitano quesiti in relazione alla tradizione della scultura, e rimandi ad essa, quasi la cera fosse marmo. La ricerca di Stefano Boccalini (1963) è contraddistinta da un continuo confronto con la società, da parte dell’artista; da una attenta indagine del territorio, dal mettersi in relazione con il suo quartiere, con la gente che ci vive. Vengono esposte “Random map-costume popolare 2.0”, 2001, lambda print, e “Wild Island 4.0”, 2009, scultura composta da due elementi. Avvalendosi di uno “strumento visivo” invariabile – l’alternanza di strisce verticali bianche/colorate di 8,7 cm – Daniel Buren (1938) indaga da oltre quarantacinque anni i rapporti fra l’opera d’arte, il luogo in cui essa prende corpo e il rapporto con lo spettatore. Buren è presente in mostra con “Tissu rayé de bandes blanches et noires, bandes extrêmes recouvertes de peinture blanche”, del1969. La pratica artistica di Jose Dávila (1974), che spazia dalla fotografia alla costruzione di modelli architettonici, mette in scena, ogni volta, un duplicato speculare dell’architettura ufficiale, in cui la riproduzione fa la sua comparsa come modello depotenziato, precario, defunzionalizzato ma, allo stesso tempo, facente parte di unsistema flessibile e aperto. Le opere presentate sono “Untitled”, 2008, e “Untitled”, 2010. Rispetto all’idea della piattaforma, come luogo d’incontro e di discussione sui temi dell’educazione, del linguaggio, della realtà istituzionalizzata, dell’utopia, le due opere di Luca Frei (1976) appaiono esemplari nel chiarire la riflessione dell’artista. Viene presentato il lavoro al neon “Untitled (from the last letter of Nicola Sacco to his son Dante, 1927)”, 2008, e “Untitled”, 2010. Jakob Kolding (1971) è rappresentato da “Untitled”, 2010, lambda print. L’artista include nei suoi lavori riferimenti all’arte e all’architettura modernista. Da sempre profondamente interessato alle idee utopiche moderniste, giunge ad evidenziare le somiglianze formali e idealmente a sovrapporre l’architettura modernista anni Sessanta e il lavoro di alcuni artisti impegnati nel medesimo periodo. Sol LeWitt (1928-2007) è presente in mostra con l’opera “R 403”, 1975, appartenente alla serie di carte strappate. In questo caso, la pratica radicale dell’artista americano, teorico della minimal art, si manifesta attraverso lo strappo: un modo di disegnare una griglia senza che le linee vengano tracciate. Di Flavio Paolucci (1934), sono presenti in mostra due lavori: il primo, “Oggetto”, 1990, è collocato nella sala d’entrata della galleria. Si tratta di un’opera composta da tre elementi, posti alla parete: due forme circolari suddivise, al centro, da un elemento verticale, un vero ramo in torsione. Il secondo lavoro, “Oggetto”,1999, collocato al piano superiore, è costituito da tre elementi posti all’angolo dello stipite di una porta. Da sempre stretto in uno straordinario legame alla natura, Paolucci presenta ancora una volta due lavori che evidenziano questo dialogo, toccando esiti in cui la capacità di sintesi e l’equilibrio formale appaiono così stringenti da sembrare quasi matematici. David Tremlett (1945). Tremlett, da sempre, sperimenta la dimensione del viaggio come esperienza esistenziale imprescindibile, secondo una delle più radicate tradizioni inglesi. L’Africa, l’America centrale, l’Oceania, l’Australia, lo stesso contatto con le popolazioni extraeuropee, hanno contribuito a maturare la sua sensibilità. Le suggestioni che derivano da questi spostamenti divengono materia dei suoi lavori, vengono in essi letteralmente trasferite, in forme geometriche semplici e nella ripetizione di segni che formano il suo rigoroso linguaggio astratto. L’opera presente in mostra, “Construction and Space #1”, 2010, pastello su carta, è stata realizzata contemporaneamente al grande Wall Drawing presentato al Forte di Bard, in Valle d’Aosta. Ian Tweedy (1982). Ogni uomo possiede un “heimat”: Ian Tweedy invece lo ricerca, come un luogo avvolto nella memoria a cui tornare un giorno. Sei figure maschili in ginocchio inscenano l’azione di sollevare una persona ferita a terra. L’immagine alla base del grande Wall Drawing, (metri 3x5), realizzato su una parete della sala centrale della galleria, è tratta da un vecchio manuale di soccorso. Da notare come l’assenza, nella rappresentazione, della persona da soccorrere, la prospettiva (che mette in risalto il formarsi di un tunnel, di un vuoto), la posizione stessa assunta dai soccorritori, potrebbero rimandare all’iconografia della Deposizione. (Valentina Bucco)